

70. La donna e il fascismo.

Da: Casa e lavoro, giugno 1930 e ottobre 1933; F. Loffredo,
Politica della famiglia, 1937, in M. Rosa Cutrufelli e altre,
Piccole italiane. Un raggiro durato vent'anni, Anabasi, Milano,
1994.

Il ruolo di moglie paziente e di madre prolifica ed amorosa che il
regime fascista assegn alla donna non era solo una componente
della politica demografica, ma era espressione di un maschilismo
profondamente radicato nell'ideologia fascista e tipico di ogni
totalitarismo. Ci risulta chiaramente dai passi di pubblicazioni
dell'epoca qui riportati. I primi due, tratti dalla rivista Casa
e lavoro, contengono consigli rivolti ad una giovane sposa, che
praticamente  invitata a vivere esclusivamente in funzione del
marito, fino al punto di rinunciare completamente alla propria
identit. Il terzo passo  tratto dal libro La politica della
famiglia di Ferdinando Loffredo, pubblicato nel 1937 con
prefazione del ministro dell'educazione nazionale Giuseppe Bottai;
l'autore, convinto della indiscutibilmente minore intelligenza
della donna, ne propone esplicitamente la discriminazione e la
sudditanza assoluta all'uomo.


Le finestre del suo appartamento guardano tutte nel cortile. La
casa  triste, cos;  buia; ed ella non ha speranza, per ora, di
cambiarla.
Ebbene: la illumini.
Come? Sorrida, cara Signora, sorrida sempre. La luce  sorriso: ed
anche il sorriso  luce.
Benedetta quella sposa che sa accogliere il marito reduce dal
lavoro, sempre col sorriso sulla bocca! Benedetta quella madre che
i figli lontani non possono ricordare se non col volto illuminato
da un sorriso di bont e di perdono! Benedetto quel marito che
rientrando in casa sa abbandonare fuori dall'uscio la musoneria!
[...].
Ella non pu sorridere? E' troppo triste?.
Si provi. S'immagini d'essere sul palcoscenico e di recitare la
parte della sposa e della madre contenta! Vedr che a poco a poco
tutta la casa rider con lei. E le verr restituita la luce che
avr donata.

Se vuoi vivere con tuo marito un matrimonio felice, senti questi
pochi consigli che mi permetto di darti:
1. Non annoiare tuo marito con le piccole faccende della casa! E
meno ancora con pettegolezzi e stupide chiacchiere! [...].
2. Non essere troppo ordinata! [...] Ricordati che nessun uomo ha
quel forte sentimento per l'ordine, come noi donne. Perci non
arrabbiarti, se le sue cose, i suoi indumenti stanno molto in
giro, se egli lascia aperti armadi e cassetti, eccetera Gli uomini
sono fatti cos [...].
3. Sii prudente quando egli  di cattivo umore! [...] Sii invece
gentile pi che mai, ma non parlare molto, non domandare molto,
lascialo tranquillo e aspetta pazientemente, da buona camerata,
finch egli abbia superato il suo umore nero [...].
4. Non criticare tuo marito, lodalo invece! Nessun uomo vuole
sentirsi criticare da una donna, neanche da sua moglie. Invece 
molto sensibile per le lodi e le lusinghe. Non gliene puoi mai
dire troppe  - anche quelle pi grosse te le crede e ne  felice.
[...]  Dopo tutto costa tanto poco dargli questa felicit; perch
allora non gliela dai?.

La indiscutibilmente minore intelligenza della donna, e la sua
maggiore capacit analitica e di giudizio immediato che non
sintetica e di previsione, le ha vietato di contemperare ed
equilibrare i risultati tratti dai due campi di osservazione, di
riflessione e di indagine, e le ha quindi impedito di comprendere
che la maggiore soddisfazione, definitiva e totale, si pu trarre
solo dalla famiglia, quanto pi onestamente intesa, cio quanto
maggiore sia la seriet del marito, quella della moglie e quindi
quella dei loro rapporti, sessuali in primo luogo. Il pensiero
della donna  allontanato dall'idea di un marito che sia
soprattutto onesto e affezionato, di una casa intesa come focolare
domestico, dei figli;  sospinto dalla erudizione su un piano che
la innata e, per altro verso necessaria, sentimentalit della
donna trasforma in un pendio in fondo al quale l'idea della vita
familiare retta e della figliolanza numerosa diventa sempre pi
debole. [...].
L'eguale diritto al lavoro, applicato in larghissima scala, ha
condotto - in numerosi strati della popolazione - alla
indipendenza economica della donna rispetto all'uomo, diminuendo
in questi una supremazia che era di norma estrinsecata
(inconsciamente o coscientemente) in modo da risolversi in un
rafforzamento morale della famiglia; sia che si trattasse della
moralit che il padre, le cui figlie erano debitrici di ogni cosa,
poteva ad esse imporre, sia che si trattasse della condotta che il
marito, unico sostegno del bilancio familiare, poteva esigere
dalla moglie. E ci senza dire delle conseguenze morali del lavoro
in comune nelle officine e negli uffici, e di altri aspetti a
tutti noti del lavoro femminile. [...].
Sar invece fatale che il Fascismo affronti e risolva questo
problema fondamentale nella creazione della nuova civilt,
realizzando la negazione teorica e pratica di quel principio di
eguaglianza culturale fra uomo e donna che pu alimentare uno dei
pi dannosi fattori della dannosissima emancipazione della donna.
Avvenuta tale negazione, in uno stato totalitario che intenda
sfruttare tutte le possibilit di potenziamento della efficienza
del popolo, la donna dovr faticare, e molto, anche
intellettualmente, per fornirsi di una preparazione adeguata ai
compiti che lo stato fascista ad essa dovr richiedere: non 
esagerato affermare la necessit che si organizzino dei corsi di
istruzione femminile non solo elementari ma anche medi, e persino
universitari, che, nell'interesse della nazione, pongano la
preparazione domestica della donna in armonia con il progresso
realizzato nei vari campi della scienza che possono alimentare il
perfezionamento dell'economia domestica. [...].
Per, l'abolizione del lavoro femminile deve essere la risultante
di due fattori convergenti: il divieto sancito dalla legge, la
riprovazione sancita dall'opinione pubblica. La donna che - senza
la pi assoluta e comprovata necessit - lascia le pareti
domestiche per recarsi al lavoro, la donna che, in promiscuit con
l'uomo, gira per le strade, sui trams, sugli autobus, vive nelle
officine e negli uffici, deve diventare oggetto di riprovazione,
prima e pi che di sanzione legale. La legge pu operare solo se
l'opinione pubblica ne forma un substrato; questa, a sua svolta,
pu essere determinata da tutto un insieme di altre misure che
indirettamente e insensibilmente operino sulla opinione pubblica.
[...]
Il movimento contrario a quello di emancipazione della donna - i
cui danni, dal punto di vista demografico, soltanto chi  in
malafede vorr disconoscere - si pu, senza voler dare un
carattere reazionario e coercitivo alla frase, definire come
restaurazione della sudditanza della donna all'uomo. L'esperienza
ha dimostrato che l'apporto dato dalla donna emancipata allo
sviluppo della civilt  negativo: l'emancipazione della donna,
mentre non ha prodotto vantaggi apprezzabili nel campo delle
scienze e delle arti, costituisce il pi certo pericolo di
distruzione per tutto quanto la civilt bianca ha finora prodotto;
come la donna non emancipata era fattore indiretto di progresso,
cos la donna emancipata  fattore di arretramento di civilt.
[...].
La donna deve tornare sotto la sudditanza assoluta dell'uomo:
padre o marito; sudditanza, e quindi inferiorit: spirituale,
culturale ed economica. Si tratta di sanzionare il principio,
volerlo diffuso ad opera di tutti gli strumenti di circolazione
delle idee, darne tutte le necessarie giustificazioni,
suggestionarne la pubblica opinione; rafforzarlo mediante
provvedimenti quali: la modificazione dei programmi di istruzione
femminile, il divieto della occupazione femminile, il divieto
dello sport femminile (e la sola autorizzazione a praticare
l'educazione fisica scolastica), la severa sanzione degli affronti
al pudore, alla modestia, eccetera
